Mancano solo 11 partite alla fine di questi Mondiali 2018. Siamo esattamente a metà degli ottavi di finale, le 4 partite ad eliminazione diretta disputatesi in questo weekend hanno già regalato spunti sufficienti per meravigliose storie di calcio che non parlano solo di calcio. Sono storie che intrecciano presente e passato in un continuo ricorso storico in cui le speranze e le promesse, ogni tanto, vengono mantenute.

Lo psicodramma ispanofono condiviso dall’Argentina di Messi (mai quanto in queste settimane questo genitivo è più azzeccato) e dalla Spagna, la cui generazione dorata (campione del mondo e bi-campione d’Europa) è giunta definitivamente al capolinea, gentilmente accompagnata dai padroni di casa russi.

La salita alla ribalta di Igor Akinfeev, storico portiere degli ex sovietici che, alla veneranda età di 32 anni, è finalmente riuscito a rendere giustizia alle esaltanti speranze di inizio carriera.

 

La strepitosa prestazione di Kylian Mbappé, che con le sue falcate ha demolito difesa e centrocampo dell’Argentina, e lanciato una rincorsa ancor più veloce al paragone con un campione del passato: ad alcuni ricorda Ronaldo, ad altri Thierry Henry. A noi, l’unico paragone che viene è di natura meramente statistica, ed è con Michael Owen: il Golden Boy esplose agli occhi del mondo il 30 giugno 1998 in un’indimenticabile (e indimenticata) Argentina-Inghilterra, quando si fece beffe di mezza Albiceleste con un gol straordinario.

Ecco, Mbappé e Owen hanno in comune solo questo: una straordinaria prestazione contro l’Argentina, ad appena 19 anni, in un ottavo di finale disputatosi il 30 giugno (esatto, a 20 anni di distanza).

C’è poi la storia di Cristiano Ronaldo, che non è riuscito a farsi carico ancora una volta delle speranze dei lusitani, ed è stato eliminato dal Mondiale dagli uomini di Oscar Washington Tabarez, uno tra i primi 5 allenatori nel firmamento del calcio sudamericano (non a caso è noto come Maestro), che ha commosso il mondo durante gli ultimi minuti della sudatissima sfida tra la sua Uruguay e il Portogallo, riuscendo a incitare i suoi uomini come se non fosse affetto da una dolorosa neuropatia.

Da qui in poi si consiglia questo ascolto, per proseguire con la lettura.

Infine, c’è quella che per me – per distacco – è la storia più bella di questo Mondiale, e sono anche disposto a giocarmi dei soldi sul fatto che non ne verranno fuori di più belle da qui al 15 luglio.

Perché è una storia di uomini, prima ancora che di calciatori. Perché è una storia quasi ancestrale nei suoi protagonisti e nelle logiche che li legano.
Perché è una delle storie più antiche della storia, antropologicamente parlando: è la storia di un padre, di nome Peter, e di un figlio, di nome Kasper, i cui DNA sono intrecciati a forma di rete da calcio.

Peter è una leggenda in Danimarca. Ha vinto tutto con il Manchester United guidato da sir Alex Ferguson, specialmente la finale di Champions più pazza della storia (sì, ben più di quella di Istanbul), passando dalla medaglia d’argento alla Coppa Campioni nel giro di 3 minuti. Ma – soprattutto – Peter è una leggenda perché ha difeso i pali della Nazionale per 15 anni, alzando al cielo l’incredibile Europeo del 1992, quello in cui la Danimarca fu chiamata a partecipare appena 2 settimane prima dell’avvio, per sostituire la Jugoslavia che stava iniziando a sfaldarsi – politicamente, sportivamente e umanamente.

E nel DNA di questa famiglia, oltre al fisico imponente, ai capelli biondissimi, alla mascella volitiva e al numero 1 sulle spalle, dev’esserci anche la passione per i miracoli sportivi, perché 24 anni dopo Kasper, il figlio, replicherà una simile impresa, divenendo campione d’Inghilterra con il Leicester City, una meravigliosa pagina di sport su cui si è detto e scritto fin troppo.
Fu forse in quell’occasione che Kasper, finalmente, riuscì a rendere fiero Freud uccidendo il padre, e potendo scrivere il suo nome accanto – e non più sotto – quello di Peter, nonostante alcuni giornalisti ci provino ancora, nel 2018, ottenendo in cambio solo la dimostrazione che Kasper ha perfettamente assimilato per osmosi il tipico british humor.

E ieri sera ce lo ha dimostrato Peter stesso, esultando come un pazzo, come solo un padre orgoglioso in ogni fibra del suo animo di suo figlio potrebbe e può fare, vedendo il figlio Kasper guidare indefessamente la Danimarca contro la Croazia, parando un rigore a 2 giri di orologio dalla fine dei supplementari, e altri due nella crudele lotteria finale che ha visto uscire vincitori Modric e compagni.

Sin dal momento in cui le telecamere hanno immortalato la sua esultanza per le gesta del figlio, fatta di rabbia, di orgoglio, di empatia paterna, ciò che succedeva in campo è passato improvvisamente in secondo piano (almeno per me): fatemi vedere Kasper che para, fatemi vedere Kasper che rende orgoglioso suo padre, fatemi vedere suo padre impazzire nel vedere che forse, anche come padre, può essere definito un campione.

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