Sono ormai passati vent’anni da quando il secondo lungometraggio di Quentin Tarantino sconvolse per sempre l’immaginario postmoderno degli spettatori di tutto il Mondo. Oggi, “Pulp Fiction” torna in esclusiva al cinema. Come mai? Direte voi. La risposta è semplice: perché non ci si stanca mai di vedere un capolavoro.

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Quello che sto per scrivere è un articolo piuttosto “nerd”, me ne rendo conto. Ormai il cinefilo che omaggia Tarantino e lo osanna come una divinità del suo Pantheon personale, è diventato uno stereotipo trito e ritrito. Ma se ai nostri giorni esistono queste figure che si nutrono di pellicole spazzatura, girano con magliette raffiguranti John Travolta e recitano come posseduti versetti della Bibbia, lo si deve a una pellicola che ha fatto la storia del cinema moderno e che in questi giorni compie vent’anni. Stiamo parlando di “Pulp Fiction”. Un film che quasi tutti voi che state leggendo quest’articolo, avrà visto almeno una volta nella vita, e qualora non fosse così vi avviso che avete sbagliato link. Le fashion blogger erano ieri.

La seconda pellicola della filmografia di Quentin Tarantino esce nel 1994 e consacra il regista americano, premiandolo con una Palma d’oro al Festival di Cannes e con un Oscar alla miglior sceneggiatura originale. Per quanto riguarda le ambientazioni e a livello di scrittura, la pellicola prende molti spunti dal primo film di Tarantino: “Le iene”. Mentre narrativamente è uno splendido preludio a quello che (a mio parere personale) sarà il miglior film del cineasta, vale a dire: “Jackie Brown”. E allora come mai “Pulp Fiction” è considerato una pietra fondamentale della cinematografia? Semplice. A dispetto delle altre due pellicole menzionate poco sopra, questa contiene al suo interno una sorta di ingrediente segreto. Un elemento magico capace di magnetizzare e di stimolare la fascinazione dello spettatore. Tutto questo avviene già dal prologo in cui gli ordinari fidanzati  Tim “Zucchino” Roth e Amanda “Coniglietta” Plummer, sembrano pranzare in una delle innumerevoli tavole calde americane, quando all’improvviso estraggono le pistole e danno il via a una rapina. “Pulp Fiction” è un film che ti destabilizza, perché parla di cose che abbiamo già visto ma ce le racconta come nessun altro aveva mai fatto prima. La scomposizione dei piani temporali, già presente ne “Le Iene”, ritorna qui amplificata e portata alle estreme conseguenze. Succede così che il protagonista muoia a metà film, ma poco dopo torni in vita per essere al centro di un’incredibile sequenza finale.

Il film di Tarantino è tutto questo messo assieme, ma è anche modello di scrittura cinematografica impeccabile. Una sceneggiatura complessa e illuminante, con battute da antologia collocate in momenti narrativi di massima tensione e serietà. Vi basti pensare alla sequenza dei protagonisti Vincent e Jules in macchina, mentre stanno per andare ad uccidere un ragazzo reo di essersi messo contro il loro boss, in cui parlano di panini da fast food e di massaggi ai piedi. La punta di diamante in un cast stellare è senza dubbio J. Travolta, salvato dal fallimento e dalla depressione che lo avevano attanagliato dopo i successi di “Grease” e di “La febbre del Sabato sera”. La sua danza di morte con Uma Thurman sulle note di Chuck Berry è una sequenza che è entrata di diritto nell’immaginario collettivo, così come la sequenza in cui i due protagonisti sventano la rapina alla tavola calda e se ne vanno come due cowboy moderni infilandosi le pistole nei calzoncini da basket. Splendido esempio postmoderno di un finale che non è una fine, ma l’inizio perfetto di un mito cinematografico che fino alla sera di Mercoledì 9 Aprile avremo la fortuna di rivedere sul grande schermo. Poi non dite che non vi avevamo avvisato.

Alvise Wollner 

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