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Blade Runner 2049: cavalli e unicorni

Di recensioni dell’attesissimo sequel ed evento, non solo cinematografico, dell’anno  ne trovate a migliaia, ma questa non è una di quelle. Ecco qualche considerazione “a caldo” (rigorosamente senza spoiler) sulla pellicola per invogliarvi a correre in sala!

In genere prima di commentare in qualunque modo un film aspetto qualche mese, semplicemente perché quando si è troppo freschi di visione si è portati a dare giudizi troppo entusiastici o troppo negativi facendo prevalere l’emotività mentre qualche mese dopo (e qualche decina di film dopo) il ricordo di quel film corrisponde in maniera molto realistica a quello che ha significato davvero. Questo per avvisare che qualsiasi cosa dirò su questo capitolo due di Blade Runner non potrà essere usata contro di me in tribunale.

Essendo uscito in sala solo da un paio di giorni non dirò assolutamente niente sulla trama, rimanendo ermetico come i trailers usciti nelle scorse settimane, se non che è veramente di alto livello, complessa e che getta importanti basi per un eventuale terzo film della saga.

Iniziamo questo disordinato e joyceano stream of consciousness dalla caratteristica più appariscente: la straordinaria fotografia del film firmata Roger Deakins. Gli scenari che dipinge non solo strizzano l’occhio ai topoi del primo film (una scura e fumosa Los Angeles investita da una pioggia battente e squarciata a sprazzi da luci al neon quasi cyberpunk) ma vanno molto oltre, affrontando paesaggi molto diversi e suggestivi, dalla desertica e postapocalittica Las Vegas immersa in un filtro aranciato fino ad arrivare alle onde del Pacifico che si abbattono sulla costa in piena notte. Minimalista e raffinato: il premio Oscar in questa categoria non può che essere suo. 

E a proposito di Las Vegas, non è passato molto da quando, in uno dei miei ultimi articoli, ipotizzavo l’utilizzo della CGI per riportare in vita icone del passato scomparse da tempo… beh, anche se solo in forma di ologrammi, già in questo film si possono apprezzare un Elvis che canta Can’t help falling in love e un breve flash di Marilyn.

Cambiando completamente argomento un altro punto segnato dal regista risiede nella simbologia e la filosofia, che era solo accennata nel primo film e sciorinata in maniera ben più ampia in questo Blade Runner 2049. Ricorderete un personaggio della pellicola originale di Scott, Gaff, che in determinati momenti in compagnia di Deckard si dedicava all’assemblaggio di origami, che altro non erano che messaggi subliminali per lo spettatore e per lo stesso agente (quando Deckard insiste nel volersi ritirare Gaff compone una gallina, quando Deckard incontra Rachel lui compone un uomo con un’erezione). E ricorderete anche che questo Gaff indirizza a Deckard un unicorno che ha scatenato i cinefili di tutto il mondo per la sua interpretazione. Tra chi sostiene che fosse un messaggio “so che hai Rachel con te” che sarebbe un unicorno in quanto replicante e quindi diverso dal resto dei cavalli e chi, ipotesi più accreditata e implicita nella versione Final Cut, sostiene fosse più un “il replicante sei proprio tu caro Deckard!” (giustificata anche dal fatto che Deckard sogna un unicorno e l’unico modo in cui Gaff potrebbe saperlo è che fosse un ricordo innestato).

In 2049 ritorna questa simbologia strettamente legata ad un cavalluccio di legno, a cui uno dei personaggi è molto legato. Senza entrare troppo nei dettagli vi dico solo di prestare attenzione ad una scena in cui la luce proietta l’ombra di questo cavallo rendendolo estremamente simile ad un unicorno. La filosofia poi si espande trattando temi ontologici su cosa sia l’essere, l’esistenza, la realtà; tutte questioni che a tratti richiamano quelle proposte in Matrix ma, allargando un po’ lo sguardo, anche in Schopenhauer e Platone.

Chi è umano e chi no, e chi non lo è perché non lo è? Perché uno skinjob (lavoro in pelle, nell’adattamento italiano) ha meno dignità di un uomo, e perché un ologramma ha meno dignità di un replicante?

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