Vi evito le solite metafore posticce e banali tipo “Decade Berlusconi, decade il parlamento, l’Italia tutta decade, e cade anche Pompei”.
Devo però ammettere che, nella sua poetica ruffiana ed immediata, quel testo virgolettato calzerebbe a pennello visti i recenti fatti di attualità.
Sto parlando dell’ennesimo crollo avvenuto a Pompei e questa volta parliamo del muro di una bottega di via Stabiana.
Molti di voi si ricorderanno del crollo della Domus dei Gladiatori, avvenuto nel 2010, ai tempi dell’allora governo Berlusconi.
A quanto pare, a quasi quattro anni di distanza, non sono stati spesi a sufficienza tempo ed energie per preservare uno dei siti archeologici di maggior valore a livello planetario.
Persino l’Unesco impone all’Italia di redigere, entro fine 2013, un piano di gestione degli scavi e procedere, entro il 2015, agli interventi del grande progetto da 105 milioni co-finanziato da Bruxelles del quale si è tornati a parlare.
Trovo francamente imbarazzante che un sito come quello di Pompei sia abbandonato ad una tale incuria.
Un classico luogo comune che sento spesso dire è: “Noi Italiani siamo talmente abituati alle ricchezze storiche ed artistiche del nostro paese, che ormai le consideriamo eterne e scontate”.
E credo proprio sia la verità.
Un esempio banale e immediato? Venezia.
Io abito poco distante da Treviso, e dalla stazione ci vorrà una mezz’ora per arrivarci.
Venezia è una delle città che catturano più turisti, in Italia, assieme alle gettonatissime Firenze e Roma.
È anche una delle città che io ho affettuosamente rinominato come “eterne”, quelle mete che, per la stratificazione plurisecolare di avvenimenti storici, di personaggi importanti, di artisti, di fatti e misfatti epocali, riescono a trasudarli tutt’ora e ti consentono di respirare, mentre le visiti, quell’essenza densa di significati che solo in quei luoghi può essere rintracciata.
Per me, Venezia rimane un luogo che conserva una sua magia, ma capisco bene coloro i quali ci studino o lavorino abitualmente e comprendo il processo di ordinaria e fisiologica routine che porta a normalizzarne i tratti distintivi.
Ma un paese come l’Italia, che ospita una vastissima porzione del patrimonio artistico e culturale a livello mondiale, un territorio che, per quanto geograficamente minuscolo, è stato per secoli e secoli il fulcro del progresso e delle cadute che hanno accompagnato l’umanità fino ai giorni nostri, come può considerare in maniera così superficiale e con tale incomprensibile disinteresse questa enorme ricchezza che si ritrova sotto mano?
Questa  è una domanda che mi sono posto un numero imprecisato di volte, ed altrettante mi è capitato di rifletterci e di alterarmi.
Perché la classe politica non affronta neanche di striscio il problema?
Perché non si può considerare l’Arte come una possibile fucina di inesauribile lavoro in un paese così ricco di attrattive culturali che possono generare possibili impieghi ad ogni livello?
Com’è possibile lasciare all’incuria pezzi cosi rilevanti di storia vivente, simulacri dei ricordi di un passato tanto affascinante quanto essenziale?
Purtroppo, le risposte sono tanto evidenti quanto avvilenti.
Una classe politica poco sensibile ed istruita, interessata solo ad accaparrarsi la fetta più grande di elettorato, certo non può cavalcare  il bianco destriero della difesa dell’arte e della cultura italiana: sarebbe una Caporetto annunciata.
Bisogna puntare, ovviamente, sui temi di pressante attualità (dicasi altrimenti “di portafoglio”, o “di pancia”): abolire l’Imu, diminuire il cuneo fiscale per il lavoratori, favorire il credito alle imprese, abbattere le tasse, incrementare l’occupazione, aprire ai matrimoni omosessuali.
Tutti problemi pressanti, opprimenti, immanenti.
È follia puntare su qualcosa che non abbia a che vedere con i mutamenti sociali, con le richieste scomposte di una società in affanno, con lo scontento di un’Italia – a detta del Censis – “svuotata e scontenta”.
E mi sono dato una risposta anche sul secondo quesito.
La così alta concentrazione di patrimonio artistico e culturale (e ci includo anche la tutela paesaggistica, visto che godiamo di certi scorci e di certe bellezze naturali mica da ridere), a mio modesto avviso potrebbe dare lavoro a centinaia di migliaia di persone.
Si tratterebbe solo di – numeri e fatti alla mano – smetterla di dare la priorità assoluta all’impresa come unica e somma fonte di circolazione del denaro, assieme al lavoro subordinato ed alla speculazione finanziaria, ed iniziare a considerare, finalmente, il patrimonio artistico italiano come un bene economicamente fruttifero.
Cosa che peraltro sicuramente già è, solo con risultati, almeno in termini economici, assolutamente non all’altezza delle aspettative: né nostre, né dei turisti che ci vengono a trovare.
È proprio per mezzo di questo semplice ragionamento che ho individuato l’anello debole della catena di pensieri: il sommo PERCHÉ.
L’Arte purtroppo – o per fortuna – non è un prestito in banca, non è uno stipendio, non richiede l’erogazione di un TFR, un trattamento previdenziale, un prestito o un anticipo.
Sull’arte non si può speculare.
Questa affermazione credo sia da sé valida e valevole per giustificare la scarsa attenzione che in Italia viene ad essa dedicata.
L’Arte non è un bene negoziabile, non è immediatamente convertibile in danaro, non è un bene fungibile, trasmutabile in un assegno o in crediti virtuali.
Non può essere liquidata.
L’Arte è, per sua stessa natura, un patrimonio che è un valore di tutti e per tutti, una somma di identità e di entità che concorrono al progresso della comunità intera (assolvendo ad una delle massime funzioni tutelate dalla Costituzione della Repubblica, peraltro).
Per sua stessa natura, la creatura artistica (sì, la sto personificando con affetto), non può essere imbrigliata nei legacci della speculazione fiscale aggressiva e dell’identità teleologica che incarna l’uomo del XXI secolo: il profitto.
L’Arte è una specie di isolotto in mezzo al mare, perennemente sconquassato dagli tsunami prodotti dalla concezione antiumanistica e totalmente materialistica che ci anima.
È forse uno dei pochissimi e rari baluardi rispetto alla totale disgregazione dell’importanza della immaterialità, del benessere spirituale e dell’esigenza di coltivare il proprio lato di comunione con lo spirito, con la riflessione, del bisogno di contatto con la nostra identità più interiore e profonda.
È il tramite naturale con le necessità creative e ricreative dell’uomo, il ponte di quei bisogni che ci spingono alla perenne ricerca di qualcosa che vada oltre allo sguardo, allo spazio ed al tempo.
Essa consente di risvegliare sentimenti e sensazioni sopite, può permetterci di sognare, di vivere in altre epoche, di ripercorrere altrui esperienze, può darci pane per l’anima, saziando i bisogni che cibo e denaro non potrebbero soddisfare.
Ecco perché non la troverete mai all’ordine del giorno nei discorsi dei leader politici, grandi o piccoli che siano.
Nella scala di valori che viene comunemente intesa non esiste posto per l’Arte, semplicemente lo cede in automatico e rimane rannicchiata e abbacchiata in un angolo, sperando di essere ripresa in considerazione, prima o poi.
Eppure continuo a considerare questa condizione come uno spreco immenso.
Credo che il patrimonio culturale del quale abbiamo la fortuna di beneficiare, sia una fonte di ricchezza in potenza davvero enorme.
E c’è modo di impegnarcisi tutti, affiancandola a stretto contatto col comparto turistico, del quale è la spalla naturale.
Si va dall’impiego della semplice, ma appassionata e competente (e poliglotta) guida turistica, passando per il perito in economia e ragioneria per tutto il lato finanziario collegato alle entrate e al merchandising legato al turismo, agli esperti di marketing per la sponsorizzazione migliore, ai tecnici del restauro, alle strutture alberghiere e di ristorazione, passando poi per il settore manufatturiero ed arrivando, infine, a quello di tutela dell’ambiente, rispetto dei diritti del turista e della conservazione delle opere.
Gli ambiti di coinvolgimento, di scambio, di relazione interdisciplinare, fortunatamente sono moltissimi e tutti ugualmente validi per creare nuove reti, sì commerciali e di stampo economico, ma animate da un intento diverso dalla mera speculazione fine a sé stessa, da qualcosa che sia agli antipodi rispetto al semplice concetto di produrre un qualcosa, creandolo da zero, con l’unico scopo di vendere e cavarne denaro.
Le premesse per creare un network prolifico e collaborativo in grado di creare occupazione e sviluppare ricchezze, agendo in maniera strategica e sinergica, ci sono tutte.
Per riuscire a valorizzare l’Arte in Italia, è necessario rispolverare e riscoprire la salubrità dei valori più strettamente umanistici, quei valori che di questi tempi vengono accantonati e messi in naftalina perché considerati inutili e anacronistici.
Questo è l’errore madornale che stiamo commettendo, e del quale molti non si avvedono.
Un popolo che perde il senso di umanità che dovrebbe contraddistinguerlo, finisce poi per perdere il dono dello spirito critico, ma anche dell’osservazione, dell’apertura mentale, della attribuzione del giusto valore a ciò che non ha un peso fisico, ma che grava costantemente sulla nostra coscienza.
Per riuscire a reintegrare e riabilitare al posto che meritano le meraviglie dell’arte italiana, dobbiamo operare prima una revisione del concetto stesso di uomo e del ruolo e degli scopi che esso stesso si vuole prefiggere.
Il solo fatto che sia stato proposto di abolire l’insegnamento della Storia dell’Arte nelle scuole, in Italia, mi sembra una blasfemia dal gusto sadico, oltre che perfetta sintesi e chiusura ideale dell’affresco a tinte fosche che ho provato, umilmente, a spennellare.
La mia è una posizione forte e rivoluzionaria, ma è l’unica possibile che vedo per aiutare a far rifiorire un paese che sta implodendo in maniera sistematica, strutturale, e perdendo pezzi come uno zombie: un essere mostruoso che disgrega il suo corpo macilento ad ogni lento e bramoso passo verso il sangue vivo e caldo che ormai appartiene ad altri.
Non sarà certo un intervento da 105 milioni di euro sovvenzionati dall’Unione Europea, che non si sa poi se e in quale misura verranno investiti nell’effettiva opera di restauro, a risolvere il problema.
Nell’attesa che qualcosa, non si capisce cosa, cambi dall’alto, non posso fare altro che continuare a sensibilizzare me stesso prima, e chi vuole poi, su ciò che a questo paese manca come il pane.
Pensandoci, realizzando la natura del problema ed ipotizzando possibili soluzioni, spero che un domani, dovesse arrivare il momento del “risveglio dei sensi”, sapremo rimboccarci le maniche per raddrizzare lo stivale con le idee chiare sugli errori da NON ripetere.
Per ora, dobbiamo accontentarci di un più laconico: “Armiamoci e partite”.

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