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“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

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L’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters viene edita in Italia per la prima volta il 9 marzo 1943. Cesare Pavese portò questa raccolta dall’oltreoceano a Fernanda Pivano, la quale pagò con il carcere la sua traduzione. Lei stessa in un’intervista ammise: «Era super proibito quel libro. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare […] e mi hanno messa in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».

Il mio incontro con le poesie di Edgar Lee Masters avvenne ormai una quindicina di anni fa, esattamente nel momento in cui mi chiesi il significato dell’album di De André “Non al denaro non all’amore né al cielo”. L’amore per queste canzoni mi condusse nelle braccia di una delle letture più belle della mia adolescenza, che ancora oggi rileggo e vivo con intensità.

Se i morti potessero parlare cosa direbbero? Non sembrerebbe una raccolta di epitaffi funebri, se non fosse che tutti i protagonisti che si raccontano sono effettivamente morti e ”dormono sulla collina”. Personaggi realmente esistiti in due paesini vicino Springfield, in Illinois, dove l’autore trascorse alcuni anni della sua vita.

Rimpianti, imprese, eventi tristi, amori perduti, illusioni, abitudini provinciali e molto altro si intrecciano in una raccolta umana, a volte triste, altre volte dettata dall’ironia della sorte di un destino ovvio e naturale. Che sia la morte un mezzo per dare un senso alla nostra vita?

CONTRO IL CONFORMISMO

Masters non elogia la vita, tanto meno la fine,  sottolinea le dinamiche di un villaggio in cui il conformismo e il provincialismo stringono in una morsa l’opinione pubblica, che si nutre di illusioni. “La maldicenza insiste batte la lingua sul tamburo” e per molti personaggi continuerà ad essere così anche dopo la morte, per alcuni invece la “fine” diventa un buon punto di riflessione per interrogarsi sul senso delle loro azioni.

Forse i buoni non sono buoni, e i cattivi non sono cattivi davvero. Pensate al matto del paese, Frank Drummer, considerato lo scemo dal villaggio: aveva solo un’intelligenza fuori dal comune. “Dietro ogni scemo c’è un villaggio” scriverà poi De Andrè. Del resto, il compaesano George Gray  nel suo epitaffio dice “Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine “.

Inquietudine, desolazione, memorie, nostalgia, rimpianti, perdite e tutti i possibili sentimenti umani riecheggiano nella collina. La verità è che tutti, bene o male, hanno cercato di dare una spiegazione, un senso o una riflessione alla propria esistenza. Ogni abitante di quella piccola realtà ha avuto l’esigenza di lasciare un segno attraverso il racconto della propria storia ed esperienza. Con Masters la poesia diventa narrazione, uno strumento per tutti.

ERNEST HYDE

La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva.

In gioventù la mia mente fu proprio uno specchio
in un vagone che fuggiva veloce
afferrando e perdendo squarci di paesaggio.

Poi col tempo
grandi graffi s’incisero sopra lo specchio
lasciando che il mondo esterno vi entrasse
e lasciando che vi affiorasse il mio io più segreto.

Perché questa è la nascita dell’anima nel dolore,
una nascita con guadagni e perdite.

La mente vede il mondo come una cosa staccata,
e l’anima rende il mondo una cosa sola con se stessa.

Uno specchio graffiato non riflette immagini:
e questo è il silenzio della saggezza.

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