Punto e virgola

Anche il ghiaccio può bruciare

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«Loro erano tutte delle morti viventi che stavano diventando ombre.»

Il Giardino delle vergini suicide

E’ il 1999 quando, nelle sale cinematografiche usciva questo film diretto da una Sofia Coppola agli albori di una promettente carriera ed interpretato da una giovane Kirsten Dunst.

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Il film, basato sul romanzo “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, ha un chiaro concept: mostrare come una popolazione bigotta, sommersa da pregiudizi, sia indifferente di fronte al suicidio della più piccola delle sorelle Lisbon, classificandolo come stupido, banale, senza senso solo perchè ad essersi tolta la vita è un adolescente. Nessuno ha accolto le sue grida di aiuto, nessuno ha captato i segnali, se non un gruppo di ragazzi dai quali ricaviamo la storia. Ma sono tutti curiosi, ficcanaso, che non capiscono, che non capiranno mai, come noi. Le sorelle rimaste, imprigionate tra lo stato oppressivo/convulsivo della madre e la forza emotiva di uno scolapasta del padre, cercano di continuare la loro vita.

Anni ’70.
Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese Lisbon non sono propriamente nella giusta linea delle adolescenti del tempo.
La loro sfuggente ed incomparabile infelicità si palesa nell’anno in cui perdono vita e candore suicidandosi ad una ad una.
A distanza di decenni le vicende di quei tredici mesi sono rievocate da un gruppo di ragazzi di allora, innamorati e ossessionati dalle sorelle Lisbon. Essi conservano ancora 97 «reperti» (fotografie, biancheria, referti medici, il diario di Cecilia) appartenuti alle giovani, ordinati e catalogati in cinque valigie.

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E così le sorelle diventano per loro una magnifica ossessione, destinata a perdurare anche in età adulta, quando si troveranno ancora a fare congetture sul perché del loro destino.
Uno di questi cinque ragazzi è anche la voce narrante. Quindi a raccontare la storia non è una delle sorelle Lisbon, come ci si sarebbe potuti aspettare, bensì una voce esterna, che non può comprendere appieno i pensieri ed i sentimenti delle protagoniste e che quindi ci costringe a scavare, a cercare la verità.
I ragazzi nei loro ricordi vedono le sorelle come angeli intrappolati in corpi umani, impossibili da comprendere né da conoscere ma inevitabilmente destinate ad essere amate fino alla venerazione. L’adolescenza è anche questo, amore incondizionato che non ha niente da spartire con la razionalità, sogni, sogni sterminati che conducono molto lontano. La Coppola ha miscelato bene le tematiche più cupe e quelle più rilassate ma le sensazioni sono ugualmente forti e a fine visione nasce la curiosità.

Nessuno «riusciva a spiegarsi come mai i Lisbon fossero così tranquilli e silenziosi, perchè non urlavano al cielo la loro angoscia e la loro rabbia». Da americani esemplari trovano addirittura la forza di festeggiare il Natale come svelano le parole di un vicino:

«Il suicidio non ci sembra un atto illogico. Mettere fuori le luminarie di Natale dopo che tua figlia… be’, questo sì che è fuori da ogni logica.»

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«Nel corso degli anni sono state dette tante cose sulle ragazze, ma non abbiamo mai trovato una risposta. In fondo non importava la loro età, nè che fossero ragazze, la sola cosa che contava è che le avevamo amate, e che non ci hanno sentito chiamarle, e ancora non ci sentono che le chiamiamo perchè escano dalle loro stanze, dove sono entrate per restare sole per sempre e dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme.»

Nel film si scontrano due culture, la vecchia formata da genitori rigidamente severi e bigotti, e quella nuova il tutto viene frenato dietro un perbenismo di facciata che è come una maschera dietro quei cinque volti di piccole donne rimaste giovani per sempre dentro una casa prigione da cui non usciranno mai più.
Ancora in vita, e tutte e cinque insieme, le sorelle Lisbon sono l’emblema dell’adolescenza, triste e meravigliosa come può esserlo l’età più bella, e di una femminilità non del tutto maturata ma che proprio per questo è così seducente e indimenticabile.
La Coppola ha voluto porre in auge un tema sempre molto accalmato quanto banalizzato, quale quello dell’insoffisfazione e delle crisi adolescenziali.
La mancata attenzione e l’importanza negata dalle persone circostanti possono, e nella maggior parte dei casi riescono a pieno, far scattare meccanismi distruttivi nella labile mente degli adolescenti tanto da sfociare in vicende drammatiche e senza via d’uscita.
Oggi però, viviamo una fase ancora diversa, in cui il senso di incertezza, di insoddisfazione e di vuoto tipico degli adolescenti, ha anche precise ragioni sociali ed economiche. Vedo i ragazzi di oggi aggrapparsi morbosamente agli amici, proiettare sul primo ragazzo che incontrano il sogno di un improbabile principe azzurro, stordirsi coi videogiochi o con l’alcool e le droghe e per quanto non facciano apparentemente nulla di diverso da ciò che facevano in passato una differenza c’è e si vede.
Gli adolescenti non vedono un futuro dinanzi a sé, si sentono scoraggiati e avviliti da una società in declino, dove pochi si avvantaggiano di favoritismi e per gli altri sembra non esserci possibilità concreta di realizzazione.

Presentato al 52° Festival di Cannes, il film resta una delle migliori realizzazioni di Sofia Coppola, a mio avviso.
E’ un film che fa riflettere, con personaggi che con le loro storie ti entrano dentro, ti fanno affezionare a loro fino al distacco improvviso e non premeditato.
Un film inusuale, con un cast di tutto punto e una meravigliosa colonna sonora firmata dagli Air.
E nonostante maggio stia finendo e con lui la stagione di cinema e popcorn, se tra aperitivi e feste in spiaggia vi restano un paio d’ore a disposizione consiglio vivamente di vedere.

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“E così abbiamo cominciato a capire un po’ delle loro vite. Scoprivamo memorie ed esperienze a noi sconosciute. Sentivamo come sia imprigionante la condizione di ragazza, come rendeva la mente più attiva e sognatrice e come alla fine si faceva a capire quali colori andassero bene insieme. Scoprimmo che le ragazze in realtà erano donne travestite, che capivano l’amore e la morte. E il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto.” 

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