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Volevo esistere in un paese

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Volevo esistere in un paese.
Essere come G. il barbiere o come T. il macellaio.
Essere riconoscibile e necessaria come un monumento intorno alle mura, come una panchina di pietra, come il bar in piazza, una fontanina giù il vicolo, come la porta a est.

Volevo esistere nel mio paese e io un paese mio non ce l’ho.
In quello in cui vivo non mi vedono da quindici anni almeno.
Non mi vedono da quindici anni e io non vedo loro. Non so chi sono e gli unici che ho in mente sono tutti morti.
I vecchi e i giovani.
Gli unici che ho in mente sono tutti morti, vecchi e giovani.
Però ho in mente I. e la sua tabaccheria all’inizio del corso. Ho in mente I. e i suoi capelli stinti da perossido di idrogeno a 40 volumi, gli stessi capelli bruciati in maniera selvaggia con un accenno di ricrescita nera da oltre venticinque anni e abiti che dopo il ’99 nessuno ha commerciato più.
Un brillantino incollato in mezzo alla fronte.
I carrarmati ai piedi. Le parigine.
E parigino è anche il suo sogno di sempre.
Un unico viaggio, ripetuto, durante il corso di un’intera vita, sempre Parigi.
Parìs, Parìs.
L’insegna tipica di una rue parisienne svetta in faccia alle mura di pietra che inglobano il suo microscopico negozio. Inghiottito dall’edera rampicante all’ingresso del paese.
Edera, un cartello verde e blu, e le luci di Natale a intermittenza. Anche ad agosto. Di giorno e di notte.
La casa della fatina.
Poi gli anni passano e tutto questo somiglia sempre più alla casa di Hansel e Gretel. Dentro prima o poi si riconoscerà una vecchia strega coi capelli di paglia, le rughe e l’abito nero.
E io vorrei essere così: come questa casa piena di lampadine che presto mangerà la vegetazione, come questo bancone pieno si sigarette e caramelle, gomme e Goleador. Ovetti Kinder, quaderni, francobolli, sigarette. Carta regalo, giocattoli di plastica a pochi soldi, sigarette e accendini. Sigarette, penne Bic. Sigarette, penne Bic…
E vorrei essere come il barbiere G. Anche il suo negozio è fatto a luci. Una discoteca notturna e quadri appesi, e cose, e ovali, cerchi, finestre, vetrine, il negozio è un monitor con lo screensaver di Windows ’96 che si apre sotto la torre con la meridiana, di fianco al comune. Puoi osservare dalla loggia, mentre prendi il caffè dopo cena, d’estate, e leggi un giornale oramai desueto, di ventiquattro ore fa. Puoi osservare seduto sotto la loggia. Continuando a non capire cosa stai a guardare.
Chissà perché anche lui si è paralizzato in un tempo immobile, tra gli anni Ottanta e Novanta. Con quel suo aspetto da punk disfatto. Ora, hai sessant’anni, ora. Un punk-manidiforbice. L’orecchino a sinistra.
Ma io vorrei essere come lui, che d’estate organizza il torneo di Play Station per i bambini. Io vorrei essere come lui, che ha cresciuto e tagliato i capelli a generazioni di giovani. Io vorrei essere come lui, perché non è cambiato mai, ed è sopravvissuto – Dio, sì! È sopravvissuto! – a differenza degli altri che non possiamo più ricordare. È sopravvissuto nonostante i mari allucinogeni che avrà di certo navigato: il suo corpo esile e curvo è un transatlantico giunto sulla terraferma. Alcune navi meglio equipaggiate, non ce l’hanno fatta.
Occhiali da sole della Polaroid. E i pantaloni multitasche.
Il codino. Oggi bianco.
E vorrei essere come uno dei miei tanti compagni di scuola che non hanno nome, né cognome, ma sono e saranno per sempre quello che i loro padri vendono. Pane, frutta, o pasta fresca. “Tagliatella”, ad esempio, io non ricordo nemmeno come sia nato all’anagrafe.
Vorrei essere la figlia della postina, o il figlio dell’orefice. La figlia del sindaco, o, più semplicemente, un abitante di questo paese.

Volevo essere un abitante di un qualsiasi paese, avere una radice da qualche parte.
Volevo essere di questo paese e lo voglio ogni sera che con l’auto oltrepasso l’arco e violento il silenzio e l’immobilità del centro storico. Volevo essere un soprammobile di questo paese, abitare dove ha lo studio il dentista, osservare il furgone del pesce fritto stanziarsi nello slargo il martedì mattina.
Volevo essere un cittadino con un atto di nascita. E uno di crescita.
Volevo valere qualcosa per queste pietre.
Volevo essere parte di questo paese, di un qualsiasi paese.

Sono cresciuta chiusa in casa.
È dal 2001 che in paese non mi vedono più.

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