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“Mamma, parto: vado in guerra”: intervista ad Alessandro Rota, Reporter di Guerra

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Mamma, parto: vado in guerra.
Eh sì, forte vero?
Eppure si tratta di una frase che chi fa questo mestiere dice continuamente.
Di che mestiere stiamo parlando?
Del reporter di guerra.


Molto tempo fa mi sono imbattuta in questo ragazzo: viso cordiale, simpatico, sguardo vispo ma appena velato da qualcosa, una consapevolezza – un peso? – che non riuscivo a comprendere. Poi ho deciso che lo avrei conosciuto, per scoprire cosa nascondeva.

La guerra, nascondeva.


Alessandro Rota, classe ’88, originario di Novara, nord Piemonte, innamorato della fotografia decide di investire tutto il tempo che possiede nello studio di questo mistico mondo.

Mondo che lo trascina inesorabilmente a voler scoprire di più, andare a fondo, come solo una vera passione sa agganciarti, scavarti dentro e non lasciarti più scampo. Alessandro parte con la macchina fotografica verso la guerra.


Ma non hai mai paura?

(Perdonate, comprendo da me la banalità della domanda ma ritengo sia basilare!)

Certo che sì. Sul campo non sei invincibile, non sei Superman e mi capita ogni volta di avere paura ma la paura in sé è un bene, un meccanismo di auto-difesa che ti aiuta a non rischiare troppo, un sesto senso che ti permette di analizzare le situazioni e calcolarne i pericoli. So che nessuno mi ha obbligato ad andare in mezzo alle bombe ma non posso dire di non provare paura. Prima di partire per l’Iraq ho anche preso parte ad un corso di addestramento per la sicurezza, in pratica come non farsi ammazzare o rapire in aeroporto e nozioni di primo soccorso. Come non aver paura..

Come fai a dormire la notte dopo aver visto, vissuto, respirato la paura e la morte sulla tua pelle?

Può sembrare strano ma ad un certo punto tutto diventa “normale”, impari a convivere col dolore che vivi, ad instaurare meccanismi che ti permettano di dormire, cerco sempre di decomprimere, allontanare quella realtà dalla mia. È l’unico modo che ho per riuscire ad andare avanti. Penso che la mia realtà, la mia casa, la mia vita sia un’altra e non questo strazio tra le macerie; penso di avere la fortuna di poter ritornare a casa, dalla famiglia, dagli amici.. questo pensiero mi dà la forza.

Qual è il tuo obiettivo?

Per me la fotografia è come per te la penna: spero di suscitare emozioni ma soprattutto di poter dare inizio ad un cambiamento. Mi sento come se fossi un operatore umanitario, compio una missione che è quella di mostrare la verità attraverso i miei scatti. Purtroppo non c’è molto spazio, ad oggi, sui giornali per raccontare queste storie, per mostrare cosa accade a pochi chilometri di distanza dalle nostre case sicure. Io voglio mostrare al mio mondo cosa accade ai nostri simili. Tra il 2014 ed oggi ho viaggiato moltissimo, e ogni trasferta mi ha lasciato una profonda cicatrice ma anche la voglia di continuare sulla mia strada.

Si sopravvive facendo solo questo mestiere?

Purtroppo si fatica molto. Io sono un freelance e devo combattere quotidianamente con le agenzie che sono fortissime. Competere con il loro potere economico poi è ancora più difficile. Quando sono andato a Mozul, in Iraq, i costi erano schizzati alle stelle e da freelance devi stare attento ad ogni tipo di spesa, dall’alloggio alle cibarie, puoi contar solo su te stesso e sperare che poi qualcuno decida di acquistare i tuoi scatti. I traduttori poi hanno costi esorbitanti, si fanno strapagare, fino a 800-1.000 dollari al giorno! Prezzi inavvicinabili per me. Vivere solo di questo è difficile, soprattutto in Italia dove il costo della vita non è propriamente “basso”; per cui ho trovato un compromesso e sfruttando la mia passione per la fotografia eseguo anche lavori di altra natura, seguendo il mercato dei documentari, della pubblicità.. anche per prendere un po’ di respiro tra un viaggio e l’altro. Vivere solo da reporter di guerra è estenuante da un punto di vista fisico ed emotivo.

E allora perché hai scelto questa vita?james-nachtwey

Perché io voglio essere libero, io sono libero. È uno stile di vita faticoso ma che rispecchia il mio modo di essere, senza briglie, senza freni. Posso scegliere le storie da seguire, posso raccontare ciò che vedo con i miei occhi, senza filtri. Quando, ai tempi dell’università, vidi un documentario sul grande foto-reporter
James Nachtwey mi dissi: questo è quello che voglio fare e ho trasformato la mia passione nella mia vita. È facile? No, affatto, ma faccio ciò che amo

Scatto di James Nachtwey

Che studi hai alle spalle?

Ho iniziato studiando design al Politecnico di Milano e sono incappato in un corso di fotografia: è stato puro amore, a prima vista. Mi sono iscritto quindi ad un corso di fotogiornalismo serale ed ho compreso il fascino che il comunicare attraverso le immagini esercitava su di me. Una volta laureato sono riuscito ad entrare nell’università inglese di West Minster dove ho potuto studiare ed approfondire il mondo della fotografia in maniera più seria. Dopo 13 mesi ero sicuro più che mai verso quale direzione sarebbe andata la mia vita.


Che dire, come fare a non appassionarsi di una tale passione? Sentire le sue parole pregne di emozione, la sua voce carica di entusiasmo e leggere tutto il suo amore verso questo mestiere nei suoi scatti. Questo è Alessandro, un ragazzo puro, vivo, un reporter di guerra che mi ha trasmesso una gran voglia di verità.

Grazie Alessandro.

Per chi fosse curioso di seguirlo nei sui viaggi ed ammirare i suoi scatti: www.alessandrorota.com
Oppure seguitelo su Instagram: alessandrorota_photo

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