Quando faccio la doccia metto sempre Spotify in shuffle dal telefono. Di solito seleziono accuratamente la playlist in base al mio umore, ma l’altra sera non ne avevo voglia e quindi ho premuto cose a caso e sono entrata in doccia senza voltarmi. Quando sono uscita c’era su il pezzo di un gruppo che ho riconosciuto subito, ma il titolo di quel brano mi sfuggiva. Ah, il post-rock.
Mi sono avvolta nell’asciugamano aspettando che lo specchio appannato si liberasse dal vapore. Per un attimo ho chiuso gli occhi e sono rimasta immobile ad ascoltare quella musica senza nome. Speravo il titolo mi venisse in mente con il procedere della traccia, quindi non ho controllato. In uno stato catatonico fra il calore pesante del bagno e quelle note famigliari al mio cuore solo da due anni, ho riaperto gli occhi. Giusto in tempo per vedere lo strato opaco ridursi e rarefarsi sullo specchio, fino a mostrarmi il riflesso del mio viso.

Mi sono resa conto che stavo piangendo. Anzi no, non piangevo, lacrimavo. Scendevano cascate di lacrime dai miei occhi. E il cuore era andato a cazzi suoi, prendendo un ritmo irregolare che conoscevo bene. Ecco, era arrivata. Sapevo cosa stava per succedere, maledetta quella volta che non sono andata in analisi.

Ho 22 anni, e sono in una casa di riposo a Zero Branco. È una di quelle grandi e nuove e bianchissime che cercano di convincerti che non sei alla fine della tua vita e che anzi, il design contemporaneo ti può ringiovanire se ci credi abbastanza. È una di quelle in cui devi imparare a memoria il percorso fino alla stanza giusta, altrimenti è matematico che ti perderai, ogni volta. L’odore, però, quello non mente, non c’è vetrata enorme o parete candida o soprammobile minimal che tenga.

Sono nella sala tivù con mia madre e mio nonno, e osservo gli sguardi persi di una decina di vecchi che sembrano sotto l’effetto di tranquillanti mentre guardano Pomeriggio 5. Chissà se glieli danno davvero, i tranquillanti, o se sono loro ancora troppo lucidi per mostrare apprezzamento verso un programma del cazzo del genere. Magari quando avevano 60 anni li fregavi anche, con qualche intervista strappalacrime a Mara Venier. Ma ora no, a 80 e oltre o sanno troppo o gli importa troppo poco per sforzarsi di fingere emozioni che gli costano energie preziose. Sono compatti nelle loro figure sbilenche, mentre poggiano i gomiti fragilissimi e spigolosi ai braccioli imbottiti delle sedie, o delle sedie a rotelle. Fissano la tivù sbattendo le palpebre ogni 10 minuti. Mi chiedo come si chiamino. Vorrei rompere il silenzio con i loro nomi.

Mio nonno sta su una sedia a rotelle con lo schienale alto, così ci può anche dormicchiare se è stanco. Da poche settimane, strani ponfi ricoprono la sua pelle vecchia di 88 anni. Non è un buon segno, e questo lo so, ma mi costringo ad ignorarne la gravità. A breve partirò per l’Australia, e non può essere che mio nonno se ne vada mentre sono via. Non si azzarderà, resisterà. Certo, ha questi ponfi, ma magari non è nulla. “Non è nulla mamma, vero?”, le chiedo tacendo.
Se non fossi così in fissa con la medicina, potrei ripetermi che è tutto ok fino a crederci. Ma non ci credo nemmeno un po’.

“Ciao nonno, noi andiamo. Ci vediamo presto!“, lo bacio sulla guancia. Lui sorride, annuisce, mi guarda, mi bacia tremante e cerca di indugiare in quel momento di vicinanza un po’ più a lungo. Lo abbraccio.

Lo saluta anche mia madre e ci allontaniamo, lasciandolo alla mercé di Barbara D’Urso. La prima cosa che non mi perdonerò mai di quell’addio.

La seconda è non essere tornata a salutarlo prima di partire. Mi sono fatta violenza e ho rinunciato ad un ultimo abbraccio con crudele cognizione di causa, ripetendomi che tanto l’avrei rivisto al mio ritorno.

Sono in Australia da 25 giorni. È Santo Stefano, sono seduta sul letto e mi sto riprendendo dalla mezza insolazione del giorno prima, trascorso in spiaggia. A Melbourne sono le 3 del pomeriggio. Squilla il telefono, vedo il nome sul display e capisco prima ancora di capire. ‘Mamy’.
Lascio suonare.
“Chi ti chiama?” – mi chiede Matte. “Mia madre”. Comincio a tremare. “E perché non rispondi?”

“A casa sono le 5 di mattina,” – mai fatto un calcolo così rapido –  “deve essere successo qualcosa. È sicuramente per mio nonno.”

Mi decido a rispondere e aggredisco mia madre già con le lacrime agli occhi: “Cos’è successo?”
Mia madre, pacata, serena, mi dice che il nonno se n’è andato. Mi faccio spiegare i dettagli per posticipare il più possibile il picco di disperazione. Metto giù e mi accascio sul letto, liberando un pianto apocalittico che porta con sé tutta la mia consapevolezza, tutto il mio senso di colpa. Forse non sapevo quando sarebbe accaduto, questo me lo concedo. Sicuramente non pensavo così presto. Però sapevo tutto, e per proteggermi ho finto di non sapere finché non è più stato possibile. È un crimine che pagherò per il resto dei miei giorni, e che sto pagando a cadenza regolare da 4 anni con incubi, crisi di panico, di pianto.

In realtà all’inizio ho cercato di metabolizzare il disastro cosmico che avevo nello stomaco. Ci ho provato senza sapere come fare, e sono riuscita soltanto a riempirmi il tempo con distrazioni annacquate, inefficaci. Ho aspettato il giorno del funerale come dovessi andarci. E quando è arrivato, io ero a 10 ore di fuso e 16.000 km di distanza, piegata in un dolore senza precedenti che partiva dal centro dello stomaco e si espandeva elettrico fino al cervelletto. Mi sentivo svuotata di ogni scopo, e colpevole di ogni male. Mio nonno non c’era più, e io non potevo dirgli addio. Non mi era concesso stringere la mano di suo figlio, abbracciare i miei fratelli, sentirmi dire da mia madre che sarebbe andato tutto bene. Nessun pianto davanti alla bara in legno chiaro ricoperta di fiori bianchi. O forse sarebbe stato legno scuro, con rose rosse. Non l’avrei mai saputo, e per la prima volta importava.

I funerali non mi fanno paura. Anzi, sono fra le persone che credono nella loro funzione terapeutica. Non andare al funerale di mio nonno ha avuto conseguenze catastrofiche su di me, ma l’ho capito solo quando sono tornata dall’Australia e non ho avuto il coraggio di andare in cimitero per mesi. E quando alla fine ho varcato quei cancelli accompagnata per mano, e mi sono trovata davanti alla sua fotografia, al suo nome su una lapide di marmo chiaro, sono quasi svenuta in preda alle convulsioni. Scrivendo queste parole, dopo quasi 4 anni, sento ancora l’eco del mio grido stridulo che risuona troppo forte, sguaiato, fra le foto di chi non c’è più e il profumo dei fiori freschi nel cimitero di Istrana.

“Io non c’ero, io non c’ero, io non c’ero, io non c’ero.”

Colpa, solo un’enorme, oscura voragine di colpa senza via d’uscita. Perché la morte non si risolve, e nemmeno la mia assenza potrà mai. Non c’è redenzione per un peccato come questo.

In questi quasi 4 anni, ho dato sfogo alle lacrime sperando di arrivare un giorno a non averne più. Ma quelle che avevo versato si ripresentavano sempre e sempre più numerose. Ogni tanto mi trovo ancora a guardare ingenuamente verso l’alto e chiedergli perdono per non esserci stata, per non avergli detto addio né da vivo né da morto. Conoscendolo, non credo mi abbia serbato rancore, né per la prima né per la seconda cosa. Quindi in effetti forse il rancore lo serbo solo io. E lo sento intorno a me, sopra, dentro le ossa.

Ho fatto di tutto per tentare di affrontare il dolore: ho scritto lettere a lui, a me stessa, a nessuno, ho urlato per sputare fuori tutto quel dolore, tutto quel senso di colpa, tutto quel male. Mio nonno meritava di più da me. È stato l’unico nonno che io abbia conosciuto abbastanza da trovarci anche dei difetti. L’unico che sia stato con me attraverso la persona che ero e fino alla persona che sono diventata. Non era solo mio nonno, mio nonno, era una persona a me cara, a cui tenevo. Non gli ho detto addio quando se n’è andato, questi sono i fatti. E perdonarmi per questo significherebbe lasciarlo andare senza il giusto epilogo. Fra tutte le cose, è questa che non ho mai accettato. Ho portato avanti la mia condanna autoinflitta perché era l’unico modo per non dover ammettere che questo capitolo ha un finale indegno.

Mi sono ripresa da quell’attimo fuori dal mio corpo e dentro le mie memorie, che mi è sembrato durare diverse ore e invece non può aver occupato più di 5 minuti e mezzo, perché la canzone in sottofondo era ancora quella che avevo sentito uscendo dalla doccia. E dura 5 minuti e 58. Ho cercato di rallentare il respiro, mi sono asciugata le lacrime e mi sono alzata. Basta, il titolo non mi veniva in mente, mi sono decisa a controllare. Ho sbloccato il telefono. È apparso il solito background scuro di Spotify, con l’immagine dell’album e sotto il titolo della canzone. Una vibrazione acuta mi ha pervaso, partendo dalle tempie e percorrendo tutto il mio corpo quasi a volerlo congelare in quell’istante per sempre.

‘Acceptance’.

È stato come venire tagliata da mille lame di carta, senza versare una goccia di sangue. Per una frazione di secondo, ogni suono è stato inglobato da un cuscino di ovatta. Non ho potuto fare a meno di sorridere.

Fosse stata un’altra fase della mia vita, l’avrei preso solo come una coincidenza strappalacrime, molto toccante e fine della storia. Avrei scarabocchiato qualcosa al riguardo in un quaderno, come faccio con le cose carine ma carine e basta.

Ma no, non quest’anno. Quest’anno è stato un anno di verità ruvide e corpulente, molto reali. E le ho accettate senza sconti, in tutta la loro asprezza. Ho accettato il dolore, in tutti i modi in cui mi è arrivato, e in tutte le misure. Mi sono sforzata di abbracciarlo finché abbracciarlo non è diventata l’unica opzione. Ho accettato il cambiamento, diventando sua promotrice; ho capito che si cambia anche senza cambiare nulla, quindi o cambi tu, o accetti il cambiamento o entrambe le cose, ma non c’è una quarta opzione.

Acceptance. Il mio cuore si è appropriato di quel titolo, pensato per una canzone in tutt’altro tempo e probabilmente con tutt’altro significato. Forse non avrei dovuto trovarlo così calzante, così perfetto per me. Forse non si fa così, forse è stata appropriazione indebita. Però la verità più bella di quest’anno è che in tutta quest’accettazione sono stata anche aiutata, ad accettare ciò che ho accettato.

E quel titolo è stata la forma più casuale, pura, disarmante ed efficace di aiuto che potessi ricevere per accettare che è arrivato il momento di fare pace con me stessa.

Ovviamente ora non ci sono nemmeno vicina, sia chiaro. Ci vorrà tempo, e farà male più di quanto ne abbia fatto finora, e probabilmente avrò bisogno di aiuto, ancora. Ma ho accettato anche queste condizioni e c’è chi le accetta con me, nonno. Quindi, se per te va bene, io inizierei a perdonarmi.

 

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