Un grande maestro torna al cinema con un’opera decisamente controversa, poco scontata e pronta a far discutere gli spettatori più polemici. David Cronenberg è in sala con “Maps to the stars” e noi non vediamo l’ora di vederlo.

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Se siete appassionati di cinema il week end che sta per arrivare vi lascerà l’imbarazzo della scelta, sia che vi piaccia il cinema impegnato (troverete “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher), sia che siate estimatori delle pellicole più spettacolari (per voi l’ultimo capitolo della saga “X-Men”). Nel dubbio e nella mezza via tra queste due proposte si colloca invece il nuovo e atteso lavoro di una delle più grandi firme della cinematografia mondiale. Quel David Cronenberg che ha saputo incantare generazioni e generazioni grazie alle sue visioni di delirante lucidità su un futuro e su una realtà spietata ed inquietante.

Peccato che trovare una copia di “Maps to the stars” prima della sua uscita ufficiale (prevista per oggi, Mercoledì 20 Maggio) sia praticamente impossibile e quindi chi vi scrive si trova nella vostra stessa condizione di spettatore impaziente e ancora all’oscuro di come sarà questa pellicola. L’idea di partenza era quella di scegliere un altro film dello stesso cineasta che si avvicinasse ai temi trattati in questo nuovo lavoro per provare a intuirne le linee guida e le eventuali conclusioni, comparandole tra loro. Il punto è che la fama di Cronenberg si basa in gran parte sulla sua capacità di girare ogni volta un film diverso da quello precedente, cambiando radicalmente genere, storia e personaggi. Ecco allora che “Maps to the stars” si presenta come un nuovo unicum, un esperimento che porta il regista all’interno del dramma familiare, genere fino ad ora quasi mai trattato nella sua filmografia. Certo, volendo fare i precisi si potrebbe dire che in “History of violence” le dinamiche di una normale e tranquilla famiglia della provincia americana erano espresse in maniera superba, ma qui il regista ha voluto spingersi oltre, edificando la fabula sulle vicissitudini di una famiglia dello star system americano con tutte le sue manie e le sue aspirazioni.

Realizzare questo film è stato tutt’altro che facile, la prima sceneggiatura risale infatti al 2007 quando Bruce Wagner aveva abbozzato una prima scrittura della storia senza però trovare i fondi per realizzarla. A questo punto, nel 2012, Wagner riscrisse lo script sotto forma di romanzo, intitolato Dead Stars, ed appena il libro fu pubblicato, Cronenberg riuscì a trovare nuovi finanziatori facendo ripartire il progetto.  Il risultato finale è stato presentato pochi giorni fa al Festival di Cannes, dov’è in concorso nella selezione ufficiale. Le prime voci parlano di una delusione notevole, rispetto agli alti livelli a cui ci aveva abituati il filmaker. Un ennesimo scivolone dopo il bello ma sfortunato “ExistenZ”, l’inguardabile “A dangerous method” e il sottovalutato “Cosmopolis”, ultime pellicole che non sono mai riuscite a riscuotere un successo unanime di pubblico e critica. “Maps to the stars” sembra proprio dirigersi nella direzione  di questi titoli, con il regista che ancora una volta non riesce ad essere incisivo nonostante le buone premesse iniziali. Il film gode infatti di un cast stellare, dai grandi nomi come Julianne Moore e John Cusack, passando per la bella e fresca novità Mia Wasikowska (attrice sempre più brava e sempre più in crescita), per arrivare alla conferma del divo-vampiro Robert Pattinson che dopo “Cosmopolis” torna alla corte di Cronenberg sempre più intenzionato a trasformarlo nel suo nuovo attore feticcio.

In conclusione, cosa ci dobbiamo aspettare? Senza dubbio una storia originale, girata con uno stile intelligente capace di curare ogni dettaglio della messa in scena. Un buon cast ed una sceneggiatura di ferro che farà da traino all’intera durata della pellicola. Un’opera cinematografico-letteraria in cui l’elemento predominante del dramma in interni sarà contaminato dalla dimensione onirico-visionaria tanto cara al regista. Una critica mordace a uno star system che non ama rischiare, restando a crogiolarsi nel lusso e nella vacuità della vita. Un’opera d’arte, al posto di un anonimo prodotto industriale. Scusate se è poco.

Alvise Wollner

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