Poor rich kids stories

Attraverso una passione comune, abbiamo fondato un’azienda #PoorRichKidsSTORIES

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Oggi per #PoorRichKidsSTORIES condividiamo la storia di Chiara:

Ciao Alice, Ciao Veronica.
Sedetevi comode perché qui la storia è lunga e sto per raccontarvi che finalmente ho realizzato il mio sogno: Scrivere un libro.
Ho solo ventinove anni ma ho vissuto così tante cose che mi sembra di averne il doppio. 
Ma partiamo subito dall’inizio, altrimenti mi perdo in inutili preamboli.
Sin da piccola avevo la passione per la scrittura. Ho iniziato a fare temi all’età di sette anni e non mi sono più fermata. Scrivevo sul diario segreto, scrivevo sul caro diario, scrivevo sui quaderni, scrivevo a scuola e fuori scuola. Raccontavo di me, degli altri, del mondo. A volte inventavo vere e proprie storie e se non potevo scrivere allora chiacchieravo. Raccontavo. Non riuscivo a non comunicare e relazionarmi. Era più forte di me. Avevo sempre un’idea su tutto.
Tuttora non riesco a spegnere il frullatore dei miei pensieri. 
Quando non scrivo leggo, di tutto, sono molto curiosa e affamata di scoprire sempre cose nuove, infatti dalla fine del liceo ad oggi mi sono ritrovata a cimentarmi e districarmi in svariate situazioni, dalle cose più ovvie per una ragazzina di questa società (come l’università) a quelle più impensabili (come assistere la nonna anziana). 
A diciannove anni ho preso il diploma al liceo linguistico, dopo un viaggio a Londra, decisi di prendere una qualifica per lavorare come receptionist negli hotel. Mi piaceva intrattenermi con le persone, osservare le stranezze e le abitudini, e confrontarmi con le diverse realtà.
A vent’anni ho fatto la valigia e, un po’ spaventata un po’ adrenalinica, sono partita dalla Sicilia e iniziai a lavorare in un albergo di montagna in Trentino Alto Adige per la stagione sciistica invernale. 
Mi trovai benissimo fin da subito, il direttore della Baita mi prese così a cuore che oltre al front office, mi insegnò tutto ciò che c’è da sapere riguardo al back office alberghiero. 
Mi trasmise quell’entusiasmo e amore per il suo lavoro che credendomi appassionata anch’io di quel lavoro, tornai a casa, e dissi ai miei la decisione che avevo preso. Volevo iscrivermi all’università di economia e marketing perché volevo diventare una manager alberghiera. 
L’università che scelsi però era a Milano, quindi ancora una volta, da sola, mi ritrovavo con quel mix di adrenalina e paura verso l’ignoto.
Stavolta però oltre la paura e l’adrenalina, c’era una forte e devastante mancanza da casa. Mi sentivo piccola e indifesa senza mia madre e mio padre a guardarmi le spalle, dovevo cavarmela da sola, non sarebbe stato come in hotel, in un ambiente ovattato diventato poi la mia seconda famiglia. Stavolta no. Ero sola in una città lontana migliaia di chilometri da casa ma ero così ambiziosa e determinata che presi l’aereo e partii.
Milano, l’università e quegli anni furono così belli che se potessi li rivivrei subito. Tornai a casa e iniziai a fare gavetta, consulente presso qualche agenzia di viaggio, lavori saltuari, sfruttai le mie conoscenze di marketing con collaborazioni e le consulenze più disparate.
Con un ente locale di turismo organizzai eventi, e mentre la vita scorreva e diveniva, da me si allontanava l’idea manageriale nel settore alberghiero, ma anche in quello che attualmente facevo non riuscivo nemmeno più a sentirmi soddisfatta. Ero entrata in un meccanismo che mi faceva sentire frustrata, in ansia: sono sempre stata brava nella pianificazione ma dovevo relazionarmi in un team con chi ne sapeva di meno ma che aveva la presunzione di conoscerne di più, e non ci stavo. Mi innervosivo e non mi piaceva più nulla.
A venticinque anni decisi di prendere le distanze da ciò che facevo, non mi andava bene, mi allontanai da quella routine e cambiai totalmente rotta. 
Mio fratello aveva appena aperto un’attività ludica, un intero parco giochi dedicato ai bambini. Era quello di cui avevo bisogno, rigenerarmi a contatto con chi a cui tutto è permesso: i bambini. 
Con loro giocavo durante le loro feste di compleanno, raccontavo storie, rispondevo anche con molta fantasia agli innumerevoli ‘perché’ tipici dei bambini. Mi davano gioia e sorrisi senza chiedere nulla in cambio. 
Dopo un po’ lasciai le tenerezze dei bambini per dare posto alle tenerezza di mia nonna, novantenne, che aveva bisogno di assistenza. Continuo ancora adesso ad aiutare mia madre ad accudire mia nonna, che si sa, invecchiando si ritorna un po’ bambini con dolcezza e capricci inclusi. Essere loro d’aiuto mi ricorda sempre quanto è gratificante sentirsi utili per qualcuno. In questa situazione, con molto tempo libero a disposizione e una vita imprevedibile, una mattina davanti ad un caffè con una carissima amica giornalista, stanca anche lei di fare gavetta, abbiamo deciso di unire le nostra passione: la comunicazione
Abbiamo fondato un’azienda, ci occupiamo di comunicazione a 360 gradi. Quasi come aver scoperchiato il vaso di Pandora, abbiamo lasciato fluire gli eventi. Così tra studi, aggiornamenti, webinair, gestioni di account social aziendali, pubblicità, arrivava la sera e sentivo impellente il bisogno di scrivere. 
Come un anti-stress. Come un voler fuggire dalla stanchezza e rilassarmi totalmente, mi abbandonavo tra le pagine di word e scrivevo, scrivevo, scrivevo. 
Fino a quando ho finito il mio primo romanzo, e mai nella mia vita mi sono sentita così soddisfatta come quando  ho messo quel punto al finale della storia di Marta e Riccardo. 
E ora? Chiudo il cassetto e lo lascio lì? Perché? E se magari piace a qualcuno?
Mille domande mi sono passate per la testa, sono stata combattuta tra la gelosia di tenerlo solo per me o dare la possibilità a questa storia di farsi amare da tante altre persone come la amo io. Così ho valutato i pro e i contro, l’ho visto dolce ironico puro imbranato e così attuale che sì, è andata! 
Ho deciso di pubblicarlo su Amazon, con Self – Publishing e mentre aspetto che finiscano l’editing, sono riaffiorate in me quelle sensazioni di paura e adrenalina. Tipici dell’ignoto.

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La mia storia è questa, non credo sia migliore di altre ma credo possa essere da stimolo nel non accantonare mai le proprie passioni. Spesso veniamo inghiottiti dal circolo vizioso del lavoro, dagli appuntamenti, dalle scocciature, dagli impegni improrogabili e dalle scadenze, ma se c’è una cosa che ho imparato è di coltivare, anche in silenzio i propri sogni, le proprie passioni. Ti aiutano a staccare, ti riequilibrano con il mondo circostante, ti fanno stare bene. 
Quindi che sia la scrittura, nel mio caso, o la pittura, o la musica o la corsa o qualsiasi cosa riesca a farvi buttare fuori tutto ciò che avete dentro, FATELO SEMPRE. 

Seguite tutte le storie nel nostro Profilo Instagram @poorrichkids_stories

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